VINCITORE CONCORSO "LA MAPPA DI CASA"
Qualcuno ci ha chiesto: “Perché premiare il primo capitolo di un romanzo? Perché non solo l’incipit? O addirittura l’intero romanzo?” .
Eppure, leggendo i tanti primi capitoli arrivati ci siamo convinti ancora di più che le pagine iniziali rappresentano il cuore pulsante di un’opera, il punto in cui nasce la connessione tra chi scrive e chi legge. È proprio lì, infatti, che spesso decidiamo se siamo disposti a lasciarci trasportare nel mondo che l’autore o l’autrice ha immaginato per noi.
Un grazie di cuore a tutti i partecipanti, ai quali auguriamo di proseguire con successo nel loro percorso editoriale.
Di seguito pubblichiamo il primo capitolo che abbiamo ritenuto il migliore, quello che più di tutti ci ha fatto pensare: “Questo romanzo lo vorrei leggere tutto, dal primo capitolo fino all’ultimo”.
Buona lettura!
MOTIVAZIONE
Testo curato e scrittura autentica, la storia dei due fratelli gemelli ha da subito colpito in modo favorevole e unanime tutti noi. Efficace l’idea di far ascoltare la voce in prima persona di uno dei due gemelli. Già dal primo capitolo la narrazione riesce a far emergere l’unicità dei personaggi – in particolare del padre (la sua ironia e giocosità) – in modo molto sottile. La scena del campo di cavoli che si intreccia con la festa di paese è vivida e piena di umanità. Poetico il modo in cui il racconto immaginario (del campo di cavoli) e la realtà (della festa) si fondono, consegnando al protagonista un ricordo indelebile, ricco di emozione e magia.
Primo capitolo del romanzo inedito
IL TRENO SI FERMÒ IN UN CAMPO DI CAVOLI
di ORESTE TOMA
Sono nato gemello, mezz’ora prima di Alfredo. Horestes Franciscus et Adalfridus Salvator si legge sul registro ecclesiastico di Nociglia. I miei due nomi, Oreste e Francesco, mi hanno creato qualche seccatura nel corso della vita: per i compagni di scuola e i colleghi sono stato Oreste, per gli amici e i parenti, Franco. Il mio gemello, invece, non ha avuto problemi con i suoi: nessuno lo ha mai chiamato Salvatore, o Tore, pochissimi sapevano dell’esistenza di un suo secondo nome.
«Di Nociglia conosco Oreste Toma», non era raro che dicesse qualche collega a un mio compaesano. E vedendo il suo scetticismo: «Sono due gemelli», spiegava, «Alfredo e Oreste, entrambi ingegneri». «Alfredo e Franco», correggeva quello. E una volta, da studente universitario, non riuscii a riscuotere un vaglia postale di papà a mio nome: lo aveva intestato anche lui a Franco Toma.
I secondi nomi onoravano parenti defunti. Francesco era il nome del nonno paterno, che morì vecchissimo prendendo fuoco mentre si era appisolato vicino al camino, seduto su una sedia di paglia. Salvatore, Tore, era invece il fratello disabile di mia madre, che era morto giovanissimo a tredici anni, avvelenato in campagna con un’erba tossica da tre ragazzi poco più grandi di lui. Non potevo fare a meno, quando da ragazzo mi chiamavano Francesco, di pensare al nonno bruciato e allo spettacolo che si era presentato a mio padre vicino al focolare: sentivo sulle spalle tutta la drammaticità dell’evento, immaginavo i personaggi, li muovevo e li facevo urlare come se stessero sulla scena di un teatro greco.
Alfredo, invece, amava il suo secondo nome, quello dello zio Tore tredicenne mai conosciuto. Gli richiamava la dolcezza e la tristezza della sua morte, come la raccontava la mamma che a quel tempo aveva quattro anni: «Coricato nel letto, si lamentava come un cardellino, poveretto! Me lo ricordo benissimo, mi avvicinavo al capezzale e guardavo come piagnucolava nel dormiveglia del delirio. Non era scemo, solo un po’ ritardato, stava sempre attaccato alla mamma. “Mamma, quanto sei bella”, le diceva sempre. Fino all’ultimo respiro l’ha invocata».
I primi nomi erano dovuti invece allo sfoggio culturale di una zia paterna e all’amore di mio padre per La traviata di Verdi. Su Oreste c’era stata in verità una certa resistenza, ma quando si conobbe la storia dell’eroe di Micene, che aveva ucciso la madre per difendere l’onore del padre, quella di papà diminuì di colpo e aumentò di pari passo quella di mia madre, che alla fine comunque dovette cedere: «Non la finiva più, tua zia. Mi ha convinta per sfinimento». Ma la sua avversione rimase: e così nessuno in famiglia mi ha mai chiamato Oreste, sempre Franco.
I miei avevano già tre figli maschi, Gino, Pippi e Rolando, dodici, dieci e sette anni. Volevano ormai la femmina, il bastone della vecchiaia, e dall’ultimo nato avevano aspettato sei anni prima di ritentare, ‘per lasciare al sangue il tempo di rimescolarsi e neutralizzare le cellule masculine’. Mio padre era operaio delle Ferrovie Sud Est e in quel periodo lavorava a Bari. Dormiva in un vagone merci a deposito su un binario morto della stazione per risparmiare. Quando gli arrivò il telegramma e lesse un laconico “Nati due”, bestemmiò platealmente la Madonna e un po’ di Santi, davanti a tutti.
«Poi ragionai», raccontava. «Realizzai che la frase del telegramma era formata da un participio maschile e da un numero femminile». E sul piazzale della stazione arrivò alla conclusione che uno dei ‘nati due’ fosse una femmina. Aveva solo la quinta elementare, ma non era un minchione, era semplicemente un burlone, lo fu per tutta la vita. A noi due, bambini, la raccontava sempre questa storia, pur sapendo naturalmente che non gli credevamo.
«Un numero femminile!», diceva mio fratello. «Ma papà!».
«Uno, quattro, otto…», spiegava sornione, sicuro di non convincerci, «sono maschili. Due, tre, cinque, sette… femminili».
«Un participio con la pica e un numero col pico!1», dicevo io.
«Non fate gli scostumati!», ridacchiava. Con noi usava sempre il plurale, anche se solo uno faceva l’impertinente e anche se l’altro non era presente.
Mia madre gli dava corda: «Quando arrivò a casa e vide che non c’era nessuna femmina e che eravate proprio due maschi, voleva prendervi e buttarvi nella cisterna. “I figli miei tu non li tocchi”, gli dissi. “Non ti avvicinare!”».
Mio padre era contento. Pure mia madre, per carità! Ma mio padre di più. Fu sempre orgogliosissimo di noi, ci vantava con tutti, e probabilmente non gli abbiamo dato alla fine tutte le soddisfazioni che forse si aspettava.
La storia dei ‘nati due’ cominciò che avevamo sette anni. Facevamo la seconda elementare ormai, avevamo già imparato il genere dei nomi e riconoscevamo bene il loro sesso.
«Il sole è màsculu e tiene la pica!».
«La luna è fìmmina e tiene lu picu!».
Prima ce ne raccontava un’altra, una storia molto bella, alla quale credevamo. Anche perché eravamo più piccoli.
Lui un giorno di febbraio passeggiava in un campo di cavoli, sì proprio di cavoli, alti più di mezzo metro. Cosa facesse a passeggio l’11 febbraio in un campo di cavoli era un mistero, glielo chiedevamo tante volte, ma diceva semplicemente che il treno aveva finito il carbone e si era dovuto fermare in mezzo alle campagne. Così, nell’attesa che risolvessero il problema, era sceso per fumarsi una sigaretta.
«Faceva un freddo cane e mi scaldavo soffiando l’aria calda sulle mani. Tutto a un tratto mi sono sentito prendere per un piede».
Da sotto un cavolo un bambino tutto nudo – non c’era possibilità di sbagliarsi sul sesso, aveva visto chiaramente, diceva, che gli pendeva qualcosa in mezzo alle gambe – lo aveva afferrato a una caviglia.
«Nunnu, zìccame2!», lo imploravo tutto tremante di freddo.
Cominciò a scalciare, ma io gli rimanevo attaccato come una spiga di forasacco.
«Zìccame, su brau3», lo pregavo, abbrancato alla sua gamba.
«Ne tengo già tre, porca puttana, che me ne faccio di un quarto?».
Mi guardò come un brigante e fece finta di togliersi la cinghia. Lasciai la caviglia e mi ritirai carponi sotto il cavolo. Allora lui si impietosì, si piegò e mi prese in braccio. Io mi attaccai al suo collo «stretto stretto, come una sanguisuga».
«“Come ti chiami?”, ti domandai».
«Cancu», gli risposi da dietro il collo.
«Tremavi come una spiga di grano, come un filo d’erba». Mi sentiva tremare per la contentezza, diceva, perché era arrivata finalmente la conclusione di quella lunga prigionia nel campo di cavoli.
«Quanto tempo era che stavi aspettando?».
«Cent’anni!».
Ma mentre uscivamo dal campo, da sotto l’ultimo cavolo lo afferrò per il piede un altro bambino, pure lui tutto nudo e completamente identico al primo.
«Nunnu, zìccame puru mie!4», lo supplicava mio fratello. «Tetu, me chiamu». E cercava di convincerlo ammiccando con falsi sorrisetti.
«Adesso basta, per Dio!», bestemmiò. Mi staccò con forza dal collo e mi poggiò accanto all’altro. Io guardai quel bambino con odio, lo avrei ammazzato all’istante se avessi avuto una pietra tra le mani. Non lo avevo mai visto, per colpa sua aveva lasciato anche me. Gli diedi una spinta e lo feci cadere.
«Ma, mentre mi allontanavo, feci l’errore di voltarmi: seduti a terra uno accanto all’altro, mi guardavate con gli occhi di due cardilli appena caduti dal nido. Tornai indietro, vi presi in braccio, salii sul treno e vi portai a casa».
Nel racconto noi due parlavamo sempre in dialetto, lui in italiano. Il perché glielo chiedemmo qualche tempo dopo: «Perché prima di nascere non si studia ancora l’italiano, stupidi!», rispose candidamente. «Andavate a scuola nel campo di cavoli?».
«No!», rispondevamo con la testa.
A questa storia abbiamo creduto a lungo, ne parlavamo anche tra noi, come se fosse realmente accaduta, la sognavamo ogni sera: guardavamo il treno che si fermava vicino al nostro campo e vedevamo papà che scendeva dal predellino per fumarsi una sigaretta.
«Veniva dritto dritto da me», mi diceva Teto, «ma mi sono nascosto e ha proseguito».
«Se vedeva te per primo», gli dicevo io, «se ne risaliva subito sul treno e noi staremmo ancora sotto i cavoli ad aspettare di nascere».
La prima volta che papà ci portò alla festa di Sant’Antonio, giorno che cade in piena estate, ci sedemmo nella piazza del paese ai tavolini del bar della Genoeffa per mangiare lo spumone. Un suo amico si avvicinò a salutare.
«Complimenti, compare Umberto, che belli vagnoni! Dove li hai comprati?».
«Li ho trovati in un campo di cavoli».
«Te li vuoi vendere?».
«Se vogliono!».
Noi nascondemmo il viso sul suo fianco.
«Mi dispiace, compare, non vogliono!».
Ci teneva sulle sue ginocchia, di fronte all’orchestra, mai vista la piazza tanto illuminata, neanche in seguito. Avevamo tre anni e mezzo e la luna splendeva nitida in alto nel cielo nero proprio sopra la torre del castello.
«Ascoltate!», ci disse. «La banda sta suonando la Tosca di Puccini».
E lucevan le stelle ed olezzava la terra…
A noi, cullati dalla musica, dopo un po’ cominciò a calare il sonno.
«I vagnoni stanno chiudendo gli occhi», disse mia madre. «Rientriamo».
Prendemmo la via di casa ancora nel pieno della festa, seduti ciascuno su un suo braccio, con le teste poggiate sulla spalla e gli occhi languidi rivolti verso le luminarie accese tutte colorate, mentre la banda suonava e ci mandava da lontano dolci baci e languide carezze.
Così, pensavo, ci aveva portati via verso il treno dal campo di cavoli quella mattina di febbraio. E ancora oggi ogni volta che vedo le luminarie di una festa patronale penso sempre a quella sera di agosto e a quel sogno d’amore che svanì per sempre.
NOTE
1 Nel dialetto salentino, la pica è il sesso maschile, il pico quello femminile.
2 “Signore, prendimi!”
3 “Prendimi, sono bravo!”
4 “Signore, prendi pure me!”
