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L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio. Luci e ombre di un Premio Strega

Ci sono libri sul cui giudizio non riusciamo proprio a decidere. Per questo non ci resta che proporvi sia la recensione positiva che quella negativa. Lasciamo il verdetto finale a chi il libro lo ha letto e a chi lo leggerà.

di Giuliano Gallini

PERCHÉNO / SÍPERCHÉ

Donatella Di Pietrantonio ci propone un romanzo sentimentale sui difficili rapporti famigliari tra madre (Lucia, l’io narrante) e figlia (Amanda) e di nuovo tra la stessa Lucia e il suo anziano padre. Questa volta i rapporti sono attraversati da oscuri sensi di colpa, di cui non è chiara l’origine e l’effettiva operatività. I sensi di colpa, pare volerci dire l’autrice, sono bizzarri, colpiscono un po’ a casaccio; ogni età è appunto fragile e tutti siamo inadeguati. Sullo sfondo un fattaccio di cronaca nera, in parte realmente accaduto.

Inadeguata però in questo caso è anche la scrittura. Fin dalla prima pagina abbiamo una brillante espressione di questo tipo: «Solo a volte quando mi giro su un fianco i suoi passi tardivi vibrano fino al pavimento della mia camera»; la vibrazione potrebbe essere una qualità dei sensi di colpa di Lucia, che comunque non ha quasi nulla da rimproverarsi in questa storia. Ama la figlia e ama l’amica Doralice, testimone diretta nel fattaccio avvenuto trenta anni prima al Dente del Lupo, mitico terreno dove c’era un campeggio di proprietà del padre e che ora è deserto. Bisogna sottolineare che le vibrazioni dei passi tardivi sono accompagnate “dall’assolo del cuculo”, un uccello che pare non mancare mai nelle tragedie.

Comunque «sembrava una sera qualsiasi nell’agosto dei miei vent’ann» quando arriva la notizia della scomparsa di Doralice e di due giovani campeggiatrici. Vent’anni: quanti ne ha ora Amanda. Ecco perché improvvisamente Lucia decide di scrivere questo memoriale. C’è una chiara connessione sentimentale e temporale. Bisogna pur liberarsi del passato!

Insomma: un fattaccio, una comunità montana sconvolta dal fattaccio, una ragazza, Doralice, che si salva per un pelo e per questo si sente in colpa, un’altra ragazza, Lucia, amica di Doralice, che siccome quella mattina non passa a prenderla per andare al mare si sente in colpa per la colpa che prova Doralice… Delle vittime la Di Pietrantonio ci dice poco, della dinamica del fattaccio invece ci dice, ma con un fare annoiato che annoia anche il lettore. Tra l’altro di cronache di questo tipo ne abbiamo lette in gran quantità nei romanzetti noir, sono tutte uguali e anche questa della “età fragile” non è da meno in quanto a già letto. 

Perché un romanzo con trama e stile di scrittura così modesti vinca il Premio Strega meriterebbe una indagine molto accurata. Azzardiamo un’ipotesi. Probabilmente sono stati i temi a convincere i giurati: il rapporto tra madre e figlia, la violenza sessuale, c’è anche una storia (tirata un po’ via) di speculazione commerciale con annessi giovani che si oppongono. Tutti temi di gran moda. Una certa ruvidezza nel narrare, ma non manchino le parole poetiche, uno stile che piaccia. Ecco tutto.

Donatella Di Pietrantonio intreccia ne L’età fragile il racconto degli intensi e difficili rapporti famigliari della protagonista-io narrante Lucia (tra Lucia e la figlia, tra Lucia e l’anziano padre) con una vicenda di cronaca nera in parte realmente accaduta, consumata tra le montagne abruzzesi, in un campeggio, meta di un turismo giovanile e spensierato. Quanto i rapporti famigliari si siano complicati proprio a causa di quegli eventi che continuano interiormente a condizionare Lucia è uno dei temi del romanzo, insieme a quanto e come lei abbia inutilmente cercato di dimenticarli, o di lasciarli decantare nei vicoli di una memoria debole.

Lucia cerca una vita normale che però pare ribellarsi a questa prospettiva ogni volta che la ricorda per quello che è stata: una vita che lei non ha controllato finendo per diventare una madre, una figlia e una moglie inadeguata.

Lucia è spinta nella propria inadeguatezza dalla inadeguatezza di sua figlia, da quella di suo padre e da quella di suo marito: tutte le età infatti sono fragili, questo ci dice l’autrice. Nel corso del romanzo, quando ci rivelerà la verità intorno alla tragedia avvenuta al Dente del Lupo, scopriremo che chi più porta i segni della colpa è una amica di Lucia, testimone diretta dei fatti. Ma Lucia pare essersi caricata anche della colpa dell’amica.

C’è il senso del ritorno, in questo romanzo. Il ritorno è sempre ambiguo: accenna a speranze ma può rivelarsi funesto. Ritorna la figlia di Lucia, Amanda, che era da tempo a Milano per gli studi universitari, ed è un ritorno non facile: Amanda è scostante, introversa, pare non avere nessun desiderio di comunicare con sua madre. E torna a Lucia anche la proprietà del terreno al Dente di Lupo dove è avvenuto il “fatto” perché suo padre gliela vuole donare ancora prima che essa diventi l’eredità naturale: ma perché Lucia dovrebbe accettare il ritorno di quel rimosso, perché quella prepotenza del padre?

Donatella Di Pietrantonio ha confezionato per noi un romanzo pulito sia stilisticamente, per la prosa molto controllata, semplice ma per molti aspetti poetica, sia per i contenuti: la colpa, l’incomprensione, ciò che ci è lasciato e che lasciamo.

«Mio padre mi chiede di accompagnarlo nel suo ultimo tratto, insiste che prenda quel terreno. A mia figlia devo restituire il mondo. Mi tirano ognuno dalla propria parte, al proprio bisogno. Mi spezzano».

L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio

2024, Einaudi, 175 pp.

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