Ci sono libri sul cui giudizio non riusciamo proprio a decidere. Per questo non ci resta che proporvi sia la recensione positiva che quella negativa. Lasciamo il verdetto finale a chi il libro lo ha letto e a chi lo leggerà.
PERCHÉNO / SÍPERCHÉ
Le motivazioni che portano un attempato esordiente a scrivere un romanzo possono essere molte, ma, così come la strada che conduce all’inferno è lastricata di buone intenzioni (mai portate a compimento), le ottime intenzioni di Parole mai viste di Oriano Campini non bastano a dar vita a un’opera compiuta ed equilibrata.
La bontà dei personaggi di Campini – non solo i principali, Vittoria ed Ernesto, ma anche il figlio Amedeo, il maestro mentore di Amedeo, il tabaccaio e persino il soldato tedesco finito tra le grinfie del loro pietoso aiuto – risulta fastidiosa. Mai un tentennamento, mai una cattiva azione. L’autore li rappresenta così:
«Vittoria era una donna intelligente e dinamica, capace di sacrifici straordinari, in piedi all’alba e a letto prestissimo. […] Ernesto e Vittoria erano due persone belle».
E avanti di questo passo. Campini ci onora anche di parecchie digressioni gonfie di buoni valori e ideali, in cui, con uno stile un po’ comiziante, ci ammaestra sul bene e sul male, su fascisti e partigiani, sugli ideali che è giusto perseguire. A volte attraverso interventi del narratore (esterno, ma probabilmente Campini stesso), altre volte inserendo fervorini e prediche nei lunghi dialoghi tra Ernesto e l’eroico maestro, o tra Amedeo e Bruno. Prove di retorica e accumulo di luoghi comuni:
«Gli antidoti inoculati dalla famiglia, convintamente antifascista, erano il patrimonio di valori e ideali che Ernesto e Vittoria avevano coltivato. La solidarietà e l’uguaglianza. Il dovere etico della responsabilità e la cultura del coraggio».
Altre volte ci imbattiamo in tentativi poetici poco credibili:
«Ernesto e Vittoria videro la guerra passare e sentirono le voci della speranza urlare».
O ancora, in insistenti buoni sentimenti, come quanto il fuggiasco tedesco lascia la loro casa:
«E lasciarono nei suoi occhi l’immagine di due persone buone, coraggiose e accoglienti».
Campini aveva per le mani una storia importante, foriera di molte varianti interessanti, e a tratti è riuscito a renderla leggibile grazie alla sua prosa scorrevole; si è lasciato tuttavia trascinare da una hybris intellettuale e politica, dalla tentazione di spiegare tutto ciò che si agita nell’animo dei personaggi attraverso il filtro delle proprie convinzioni, invece di lasciar parlare loro, le loro storie, i loro sentimenti. L’autore-narratore dovrebbe restare nascosto dietro una quinta, o al massimo infilarsi nella buca del suggeritore limitandosi, appunto, a proporre ai personaggi le battute più opportune. Sapranno loro se accettare i suggerimenti o rifiutarli, il narratore non è il padrone unico della scena.
Cosa spinga uno sconosciuto alle patrie lettere, ormai settantenne, a scrivere e pubblicare il suo primo romanzo non è misterioso, ma può essere incomprensibile. Il bondenese Oriano Campini lo ha fatto, mosso evidentemente da qualche urgenza ideologica o artistica, e ha dato alla luce Parole mai viste, mostrando il petto a un mercato editoriale ormai indecifrabile – come appunto le motivazioni di molti autori – e bizzarro, contraddittorio, mediocre, subappaltato, impietoso e che non perdona soprattutto anziani scrittori senza padrini. Coraggio, ci vuole molto coraggio, ed è per omaggiare questo valoroso che oggi evito grandi autori e grandi opere e mi dedico a lui. Qualcuno lassù mi vorrà bene per questo.
Campini, comunque, scrive un bel libro, pur con qualche ingenuità letteraria che qui trascurerò. Ha strutturato il suo racconto in modo non banale; la trama non è lineare e la fabula è arricchita da un sapiente intreccio che muove la narrazione sia temporalmente, con analessi e prolessi, sia spazialmente, tra un paese nella campagna dell’Italia del Nord, dove vivono i protagonisti Vittoria e Ernesto, e l’Ucraina, dove il figlio Amedeo sta partecipando alla sciagurata campagna di Russia di Mussolini. Siamo intorno al 1943, l’armata italiana è in ritirata e Amedeo, con l’amico Bruno, trova riparo presso una famiglia Ucraina che pietosamente li accoglie, salvandoli dal freddo e da morte sicura. Nel frattempo, un soldato tedesco diserta e rraggiunge la casa di Vittoria ed Ernesto, che decidono di ospitarlo. Campini ci offre quindi una storia di destini paralleli: la narrazione si sdoppia e incalza chi legge, alternando momenti di suspense e passaggi poetici.
Ciò che più interessa all’autore è mostrarci una parabola umana tra aggressione e pietà. I suoi personaggi vivono dilemmi morali pesanti: Vittoria ed Ernesto devono decidere fra il rischio di essere accusati di nascondere un tedesco e l’impossibilità morale di non farlo, soprattutto pensando che Amedeo, in Ucraina, potrebbe trovarsi in situazioni analoghe. Vivono momenti di attesa snervanti (la guerra sta per finire?), mentre le persone che conoscono e frequentano da anni sono stanno cambiano, non sono più le stesse. La storia si dipana tra incertezze, dubbi e coraggiose risoluzioni, senza mai annoiare.
L’attualità dell’operazione di Campini è evidente e meritoria: la guerra, con i suoi dilemmi, incombe sopra di noi, di nuovo, come ai tempi di Vittoria, Ernesto, Amedeo, Bruno. Sapremo trovare aiuto e rifugio dalle tormente di odio che ci stanno investendo?
La prosa di Parole mai viste è limpida. Così viene descritto, nelle prime pagine, l’incontro con il soldato tedesco:
«Non proprio un’arcadia ma quel paesaggio, tutto sommato, gli piaceva anche così: la nebbia fitta, imbiancata dal riverbero che il sole produceva facendo capolino, la galaverna gelata che appesantiva e ornava siepi e rami. Tutto sembrava formare un disegno, una foto con pochi colori ma tante sfumature, immersa in un silenzio rotto solo dal rumore dei suoi passi. Poi, in un angolo dell’orto, nel biancheggiare della nebbia, la sagoma di un uomo. Improvvisa.
[…] era un uomo solo, giovane, con gli occhi che restituivano tutta la paura che vedevano dipinta sul volto di Ernesto. Infreddolito, le sopracciglia ghiacciate, tremante, il viso di un ragazzo non ancora uomo. Faceva più compassione che spavento […]
Stettero fermi per qualche attimo l’uno di fronte all’altro, entrambi impauriti, le bocche aperte fumanti del loro spavento, il cuore impazzito nel petto».
In un passaggio cruciale, quando i protagonisti affrontano un altro dilemma (Theodor, il ragazzo tedesco, se ne deve andare?) Oriano Campini ci svela il senso del titolo importante che ha scelto:
«Che cosa fa la guerra. Nel vento fresco il gemito della guerra, il suo odore ripugnante. Le sue notti di lampi e le giornate di terrore. Quello che fa la guerra, quando arriva, non si descrive. Servono parole mai viste […]. Dall’altra parte di quel confine la guerra, però, non era terminata. Aveva solamente altri odori. Emetteva altri gemiti. Che lui non conosceva».
Il destino del ragazzo tedesco è raccontato in modo sublime e penso che quelle pagine siano un piccolo capolavoro. Non le riporto per non svelare il finale di una storia peraltro secondaria, ma spero di avere incuriosito, annunciando una svolta narrativa trattata in modo letterario e non affidata solo ai colpi di scena. In questa notevole prima prova di Campini, d’altra parte, tutto è raccontato senza mai dimenticare che una trama forte ha bisogno di una lingua letteraria all’altezza, perché si crei una opera degna di questo nome.
Parole mai viste di Oriano Campini
2023, Albatros, 172 pp.

