di Marisa Santin

Luigi Celeste ha avuto un’infanzia difficile. Ha visto il padre entrare e uscire di prigione e fin da bambino si è preso carico del fratello minore e della madre, difendendoli da quell’uomo violento fino all’estremo atto finale che aprirà anche a lui, da adulto, le porte del carcere. Nove anni di detenzione e infine la voglia di ricominciare e di lasciarsi alle spalle un destino di violenza, solitudine e dolore. La sua storia è diventata un libro (Non sarà sempre così. La mia storia di rinascita e riscatto dietro le sbarre, Piemme edizioni) e poi un film, Familia, in concorso nella sezione Orizzonti della scorsa Mostra del Cinema di Venezia, per la regia di Francesco Costabile.
Il tema della famiglia ha giocato un ruolo centrale in molti dei film presentati durante l’ultimo Festival di Venezia, portando sul grande schermo una vasta gamma di sfumature, dall’amore al dolore, dal sacrificio alla rinascita, fino al ‘tragicomico’ tentativo di una coppia di aprirsi al poliamore. Uno degli esempi più toccanti è stato proprio Familia, che ha valso al suo protagonista Francesco Gheghi il Premio miglior attore della sezione parallela Orizzonti.
La famiglia nelle sue molteplici forme: storie di connessione e perdita
In Familiar Touch (Premio miglior regia e miglior attrice di Orizzonti e Premio miglior opera prima “Luigi De Laurentiis”) la regista statunitense Sarah Friedland racconta la storia di Ruth, una donna ottantenne in procinto di entrare in un istituto di assistenza per anziani mentre attraversa sentimenti e desideri contrastanti nella ricerca di una nuova definizione di sé. Attraverso la sua storia, Friedland esplora temi come l’identità, la memoria e la percezione del sé in relazione ai legami famigliari. Con la progressiva perdita di memoria di Ruth, il mondo che la circonda diventa sempre più estraneo e frammentato, fino a dissolversi completamente. Tuttavia, mentre tutto ciò che un tempo era “famigliare” si allontana, emerge un nuovo “familiare”, un senso di appartenenza e di connessione con la realtà costruito attorno alla comunità presente nella casa di cura.

Famiglie spezzate e legami in evoluzione
Uno dei film più apprezzati di questa edizione è Vermiglio di Maura Delpero, che ha vinto il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria e ora è un possibile candidato per l’Oscar al miglior film straniero. Ambientato in Trentino durante la Prima Guerra Mondiale, il film è una ricostruzione minuziosamente realistica della vita nel villaggio che dà titolo al film nell’arco di quattro stagioni, con un realismo che guarda alla lezione di Ermanno Olmi. Inverno, 1944. In un paesino di alta montagna in Trentino, dove la guerra è un orizzonte lontano ma onnipresente, vivono le sorelle Lucia, Ada e Flavia.

Quando decidono di accogliere un soldato rifugiato, le loro vite cambiano per sempre. La pellicola, girata in dialetto locale e con attori non professionisti, esplora il tema della maternità e della colpa, offrendo un ritratto intimo di una famiglia che cerca di sopravvivere a circostanze drammatiche.
Il tema è centrale anche in Jouer avec le feu delle sorelle Delphine e Muriel Coulin (a proposito di famiglia… sono molti i titoli in Mostra diretti da coppie di fratelli e sorelle), un film che tratta la complessità delle relazioni famigliari dal punto di vista dei conflitti generazionali. La storia ruota attorno alla figura di un padre vedovo (interpretato da Vincent Lindon, Premio miglior attore) che cerca di gestire il rapporto con i suoi due figli adolescenti, uno dei quali si avvicina pericolosamente a un gruppo di estrema destra.
La resilienza silenziosa: il dramma dei rifugiati

«Il film funziona come una metafora, in cui i bambini rifiutano, consciamente o no, di continuare a vivere in questo mondo duro che abbiamo creato per loro. Spengono semplicemente il loro corpo, inconsciamente, comunicandoci con il loro silenzio che abbiamo dimenticato l’amore, la tenerezza e l’umanità», così il regista di Quiet Life Alexandros Avranas in una mia intervista pubblicata sul Daily della Mostra del Cinema. La trama del suo ultimo lavoro, presentato nella sezione Orizzonti, ruota attorno a una famiglia di richiedenti asilo, concentrandosi in particolare su una misteriosa sindrome che colpisce i bambini in situazioni di grave trauma. Questo disturbo, noto come “sindrome da rassegnazione”, è il fulcro di una narrazione attraverso cui Avranas esplora l’immobilità e il senso di disperazione di queste famiglie, spesso incastrate nelle maglie della burocrazia. Il film si distingue per il suo tono calmo e misurato, nonostante tratti argomenti estremamente drammatici. Il ritmo deliberatamente lento serve a costruire una tensione crescente, portando lo spettatore verso un terzo atto di grande impatto emotivo. Avranas combina momenti di satira sottile con un approccio sobrio e riflessivo, cercando di non cadere mai nel sentimentalismo, ma lasciando comunque una traccia di speranza nell’amore e nella resilienza famigliare.
Il ritorno del poliamore

Recentemente è tornato alla ribalta, ma di ‘poliamore’ se ne parlava molto anche nelle comuni nate dalle rivoluzioni sessantottine. Coppia aperta quasi spalancata, film di Federica Di Giacomo interpretato e co-prodotto dalla bravissima Chiara Francini, riesce a unire queste due dimensioni temporali e sociali portando sullo schermo la tragicomica storia di una coppia di coniugi alla ricerca di nuove forme d’amore (fra cui anche quella di aprirsi a nuove frequentazioni), tratta dall’omonimo spettacolo di Dario Fo e Franca Rame.
