Ci sono libri sul cui giudizio non riusciamo proprio a decidere. Per questo non ci resta che proporvi sia la recensione positiva che quella negativa. Lasciamo il verdetto finale a chi il libro lo ha letto e a chi lo leggerà.
PERCHÉNO / SÍPERCHÉ
Paolo Cognetti scrive un libro di cento pagine ambientato in Valsesia (Cognetti non ama essere definito uno scrittore di montagne, ma esse sono ben presenti, opprimenti e cupe anche in questo Giù nella valle), in cui racconta una storia famigliare. Alfredo, un attaccabrighe sempre ubriaco, lavora in Canada come tagliaboschi ma torna in Valsesia dopo la morte del padre. Luigi, il fratello maggiore, anche lui molto amante della bottiglia ma più quieto, è una guardia forestale ed è sposato con Elisabetta. I due fratelli devono decidere sulla divisione della casa del padre, che si è suicidato. Davanti alla casa ci sono due alberi, un larice e un abete, che il padre ha piantato quando sono nati i figli, trentasette e trentacinque anni prima. Gli alberi sono cresciuti lentamente a quelle altitudini, 1800 metri… Forse Cognetti vuole dirci che anche gli uomini, lassù, maturano lentamente?
Basterebbero questi primi cenni per capire che siamo davanti a un libro di simboli e metafore, alcune enigmatiche, che non lasciano in pace un minuto chi, leggendo, si è avventurato su minacciosi sentieri tra i boschi. Un libro in cui, nell’ultima parte, va in scena anche la riscrittura di un poema del VI secolo, La battaglia degli alberi: forse un richiamo, ancora, ai due alberi che alludono a Luigi e Alfredo. Il poemetto non è granché (colpa del gallese Taliesin al quale è stato attribuito o della riscrittura di Cognetti?), ma La battaglia degli alberi è un’epica che non poteva mancare in questo libro.
Come il racconto di apertura: dove un cane, che la comunità della Valsesia sospetta sia un lupo, uccide una decina di cani sbranandoli alla gola. Una giovane cagnolina lo seguirà, si direbbe per amore, dopo essersi eccitata vedendolo uccidere la prima vittima. I due animali continueranno insieme ad attraversare i paesi della Valsesia fino a quando un colpo di fucile interromperà la folle audacia del cane maschio.
Il romanzo prosegue raccontando, per accenni, molte cose: di una pista da sci il cui progetto prevede l’abbattimento di cinquemila alberi, di un’attrazione, in passato, di Elisabetta per Alfredo, di un litigio che vede protagonista Alfredo e che lo costringerà a fuggire dalla Valsesia, del significato della casa paterna e del senso dell’andarsene e del restare, dell’alternarsi suicida di birre, vino e whisky, delle gente della valle.
Lo stile di Cognetti è un buon americanismo; d’altra parte i suoi riferimenti espliciti sono Carver e Flannery O’Connor e, musicalmente, Bruce Springsteen. Se non l’avessimo capito da soli basterà leggere la nota finale dell’autore.
Minimalista e malinconico nei passaggi meglio riusciti, Cognetti si allunga però spesso in riassuntini didascalici e sentimentalistici nonostante tutti gli sforzi fatti per non cadere in simili trappole. Come il giorno in cui Alfredo, offeso da un’involontaria presa in giro dell’amico con cui sta bevendo e scambiando una dotta e brillante conversazione rigorosamente senza virgolette e verbi dichiarativi, fatta di sì/no/come era il cocktail/buono e poco altro, prende l’accetta che ha nella cintura (non gira mai senza accetta nella cintura), la solleva e gliela cala in fronte riducendolo in fin di vita. Poi, scappando, ci informa che dirà addio alla valle e che andandosene rivede tutti i bar della sua vita. Non ci dice se rivede anche le teste che ha spaccato e, trasformandosi da minus habens incapace di articolare due frasi a poeta romanticone, recita:
«Non fermarmi fratello, non fermarmi: pensa a quello che hai tu e che non ho io. Addio Laghetto, addio Woodland, addio Bar Alpino, addio. Guarda questo fiume nero, guarda come è tutto chiaro».
Cognetti cambia spesso il punto di vista (da un narratore in terza persona a narratori in prima), dimostra un notevole interesse per le connessioni, anche se forzando a volte sfiora il ridicolo (Elisabetta quindici anni dopo essersi stesa nuda su un masso in riva al fiume torna su quella roccia e, guarda caso, incontra la cagnolina rimasta vedova) e raggiunge infine l’apice della sua arte con frasi di questo tipo “labbra che sanno di whisky e barba che sa di fiume.” Insomma: c’è di tutto un po’ in questa prova di Cognetti. Una simile ricchezza di contenuti, stili, approcci, spiegazioni ne fa, però, un libro roboante ma trascurabile.
Giù nella valle, il nuovo romanzo di Paolo Cognetti, inizia con un racconto di dieci pagine che ha per protagonista un cane che uccide mordendo alla gola gli altri cani che incontra. Si muove tra paese e paese insieme alla sua compagna, una giovane cagnolina. La comunità della Valsesia sospetta sia un lupo per la sua ferocia e inafferrabilità, ma dopo una decina di ‘omicidi’ il killer verrà eliminato da un colpo di fucile e la cagnetta rimarrà sola. Questa cupa partenza non è fine a se stessa: il cane-lupo e la compagna sembrano mossi da una necessità che è più forte di qualsiasi volontà. Una necessità che li rende innocenti. Ed è la stessa necessità che muove tutti i protagonisti del romanzo e, metaforicamente, la vita dell’uomo sulla Terra, dove “i nostri peccati giacciono inespiati.”
Basterebbe questo incipit e il suo significato a rendere Giù nella valle una grande prova narrativa: ma il seguito sorprenderà ancora di più perché la storia dei due cani e della necessità del loro destino si sviluppa nella storia di due fratelli che si ritrovano dopo anni per dividersi l’eredità del padre, la sua casa. Ognuno dei cinque brevi capitoli in cui è diviso il romanzo, apparentemente indipendenti e scritti da diversi punti di vista, hanno tra di loro profondi richiami, tanto da proseguire uno nell’altro; e rimandare a tradizioni letterarie e musicali che spostano le cento pagine del libro da un piano semplicemente narrativo a uno più complesso e profondo, senza perdere però di vista – e tradire – la storia, le montagne, i personaggi.
Il rapporto tra i due fratelli Luigi e Alfredo (il padre, alla loro nascita, ha piantato un larice e un abete vicino alla propria casa) non è facile; nemmeno il rapporto tra Luigi e la moglie Elisabetta (Alfredo non è sposato e vive da tempo in Canada) è semplice; come il rapporto con la natura, scura onnipotente e spietata. Cognetti ci parla di queste relazioni con voce asciutta e per sottrazione, con eleganza e crudezza. Chi legge è esposto continuamente alla magia della poesia e si ritrova tra le mani e la mente più di ciò che ha capito a una prima lettura.
Mentre tra la guardia forestale Luigi e il tagliaboschi Alfredo si inscena l’irriducibile e fatale conflitto tra due diversi, obbligati dall’amore fraterno a riconoscersi, la valle li accerchia, con i suoi riti e silenzi, con altre storie e memorie, con l’alcool che toglie lucidità, con la violenza che emerge da un fondo colpevole ma necessario.
Nelle ultime due parti, una nota dell’autore e la riscrittura del poemetto Cad Goddeu del VI secolo (La battaglia degli alberi) ci aiutano a capire l’ispirazione di Paolo Cognetti, i suoi riferimenti culturali, letterari (Carver, Flannery O’Connor, McCarthy) e musicali (Nebraska di Bruce Springsteen).
Giù nella valle è un libro con contenuti poliedrici che, abbandonando la struttura del romanzo tradizionale (e anche, meritoriamente, di molti romanzi italiani contemporanei, troppo piatti e simili uno all’altro), offre a chi legge una grande ricchezza di suggestioni e immagini, riuscendo a condensarle in poche pagine grazie a una scrittura elegante ed essenziale. Un libro che si affianca alla già notevole opera di Cognetti e che conquista un posto di primo piano nella letteratura italiana.
Giù nella valle di Paolo Cognetti
2023, Einaudi

