***di Marisa Santin
Abbiamo incontrato Francesco Di Gangi per parlare del suo romanzo d’esordio, Giraffe dal collo corto, uscito recentemente con LFA Publisher. La storia si inserisce nel filone della fantascienza classica: la Terra è ormai compromessa e l’umanità deve avventurarsi nello spazio in cerca di un nuovo pianeta da abitare. Ma Giraffe è anche un romanzo d’azione, con un ritmo incalzante e un coro di personaggi interessanti e ben delineati.

Ciò che colpisce di più è la presenza di più livelli di lettura: oltre ai temi attualissimi della crisi climatica e del destino della Terra, il romanzo sviluppa una riflessione profonda sul diritto all’esistenza e sulla fragilità dei più deboli. Senza svelare troppo, possiamo dire che senza dubbio la svolta decisiva della storia sorprenderà i lettori quanto ha sorpreso noi.
Francesco è anche un amico di QdiCopertina. Dopo aver partecipato al nostro concorso Tempi moderni – vincendolo con il racconto Eppure battono alla porta– ci ha affidato il manoscritto di Giraffe per una prima valutazione. Ci sentiamo quindi un po’ parte di questo esordio, che siamo certi continuerà il suo avventuroso viaggio editoriale a lungo. A proposito di viaggi e avventure…
Raccontaci un po’ di te. So che il tuo amore per la letteratura ha radici profonde, che partono da tuo nonno. Si può dire che sei un “nipote d’arte”. Come nasce questa tua passione?
Credo ci sia una componente genetica, effettivamente. Mio nonno, negli anni ‘30, scriveva racconti fantastici e gialli pubblicati a puntate su L’Ora di Palermo. Si ispirava a Poe e Wells, e la sua carriera sembrava promettente: un suo romanzo fu persino opzionato per un film con Alida Valli. Ma poi scoppiò la guerra, e non scrisse più una riga. Il mio amore per la letteratura è nato indipendentemente, ma un filo ci lega. Da bambino, mi fece scoprire Il prigioniero, una serie TV cult degli anni ‘60. Mi raccontò la prima puntata, e ne rimasi affascinato. Era un uomo formale, un colonnello, ma con una passione nascosta per la narrativa che mi ha trasmesso quasi senza volerlo. Ho iniziato a scrivere con una certa presunzione, poi ho capito che serviva scrivere molto e leggere moltissimo. Per un periodo ho smesso – la vita si complica – ma qualche anno fa ho deciso di riprendere. Giraffe dal collo corto è nato così: mi sono detto “ora o mai più”. Doveva essere un racconto, ma dopo quattro pagine ho capito che avevo solo iniziato a scalfire la superficie. E poi è scattata quella magia: la storia si è scritta da sola. In quattro mesi era finito.
Dunque hai scritto di getto, ma come è nata l’idea?
Ce l’avevo in testa da dieci anni. La storia rientra nella tradizione della fantascienza classica: l’umanità si avventura nello spazio alla ricerca di una nuova Terra da colonizzare, perché il nostro pianeta è ormai irrimediabilmente compromesso. Io sono piuttosto pessimista e temo che sarà proprio questo il destino della Terra. Cinquant’anni dopo una nuova spedizione parte dalla Terra per raggiungere il pianeta e scoprire cosa è successo. Si aspettano di trovare un mondo vivo, popolato dai primi coloni, pronto ad accogliere migliaia di nuovi arrivati. Invece, non trovano nessuno. O meglio, quasi nessuno…
Il romanzo ha diversi livelli di lettura. Qual è il messaggio?
Il cuore del romanzo è il diritto inalienabile all’esistenza. La storia dell’umanità è piena di episodi in cui qualcuno ha deciso chi potesse vivere e chi no. È un tema che purtroppo resta sempre attuale e di esempi ne abbiamo fin troppi. Pur essendo agnostico, trovo potente il concetto biblico di “diseredati”. Gli ultimi sono i poveri, i malati, i disabili. Ma chi ha davvero il diritto di decidere su di loro? Nel romanzo cerco di mostrare come pregiudizi e convinzioni personali possano portare a pensare che alcuni abbiano meno diritto di altri a esistere.
C’è una grande attenzione all’attendibilità scientifica. Come ti sei preparato?
Sono chimico, quindi volevo che tutto fosse plausibile. Ho studiato la terraformazione basandomi sulle tecniche usate per ripristinare le zone colpite da colate laviche. Dopo un’eruzione il terreno rimane a lungo sterile, ma con il tempo muschi e licheni iniziano a colonizzarlo, seguiti da microrganismi, piante e, infine, insetti impollinatori. Ho cercato di trasportare questo processo nella storia con coerenza. Per il controllo sugli eventi atmosferici, ho immaginato satelliti in grado di manipolare il meteo, una tecnologia che già si sperimenta oggi. Ma la domanda è: come useremo questi strumenti? Nel romanzo diventano un’arma, e temo che nella realtà non sarebbe diverso. La tecnologia evolve più in fretta di noi. Forse un giorno saremo capaci di colonizzare Marte, ma noi non cambiamo. La storia ci insegna che quando arriviamo in un nuovo mondo, ci comportiamo da predatori. È la nostra natura.
Durante questa intervista ti sei definito spesso pessimista. Lo è anche il tuo romanzo?
Non del tutto. I personaggi si confrontano su temi complessi, e spero che il lettore colga le ragioni di entrambi gli schieramenti. Il vero problema siamo noi: il male ci sembra estraneo, pensiamo di non esserne parte, ma forse, in realtà, ci conviene semplicemente fingere che sia così. Il finale è aperto: il mio desiderio è che finisca bene, ma onestamente non credo che la storia dell’umanità stia andando in quella direzione. Forse, più che di storie a lieto fine, abbiamo bisogno di storie che ci mettano di fronte alle nostre responsabilità.
Questa è la tua prima pubblicazione. Com’è stata la tua esperienza con l’editoria?
Disincantata. Si scrive, si partecipa a concorsi e si ricevono tanti rifiuti. Capisci che il tuo libro non è perfetto come credevi. Serve un confronto con editor esperti, capaci di migliorarlo. E l’autore deve essere umile: le critiche non distruggono, fanno crescere. Del resto, anche i grandi autori si sottopongono a revisioni. Stephen King, ad esempio, racconta spesso come i suoi romanzi vengano passati al vaglio degli editor. Asimov stesso subì molti rifiuti prima di affinare il suo stile. E Simenon, con la sua produzione sterminata, affinò la sua scrittura scrivendo, scrivendo, scrivendo. È l’unico vero trucco: per imparare a scrivere, bisogna scrivere.

E ora? Stai lavorando a un nuovo romanzo?
Sì, ho scritto un’ucronia sugli anni ’30-’40 con protagonista Enrico Fermi. Mi sono documentato molto, confrontandomi con esperti per la ricostruzione storica. È pronto, gli manca solo un editore…