Critica

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Strega&Co

di QdiCopertina

[23ago2020 - Adesso che il rumore per il Premio Strega si è abbassato, se ne può forse un poco parlare senza lasciarsi troppo prendere dall’odio o dall’amore. Dell’odio sappiamo: ma a volte i danni degli amatori non sono da meno dei danni degli odiatori. Amatori: in questo caso quei critici, recensori, commentatori che si lasciano andare, dopo un incontro con operette da niente, a sospiri di passione e giudizi quali “capolavoro”, “opera geniale”, “mi ha cambiato la vita”, “entrerà nella storia della letteratura in modo imperituro”. Pura piaggeria? O strumentale interesse?

Curioso il destino del libro vincitore, Colibrì. Aveva iniziato bene, appena uscito: presentazioni lussuose, recensioni alte. Pochissimi segni di nervosismo. Poi ha vinto il Premio: e hanno cominciato a fioccare le stroncature. Su tutte quelle di Romano Luperini ed Emanuele Zinato.

Ma facciamo un passo indietro. Due anni fa sul domenicale del «Sole 24Ore» Lorenzo Tomasin scrive un articolo dal titolo: Leggere che mestieraccio! Lui è un selezionatore di opere da premio, ha esaminato decine di romanzi e, ahilui ma anche ahinoi semplici lettori non selezionatori, si è accorto che la maggior parte dei libri mandati a correre per un premio sono tutti uguali. «L’esperimento che consiste nel prelievo di un qualsiasi segmento testuale da quasi qualsiasi romanzo pubblicato quest’anno, e nella sua immersione nel tessuto di un altro romanzo… dà quasi sempre lo stesso risultato: indistinguibile. Le migliaia di pagine passate sotto i nostri occhi sono insomma scritte pressoché tutte in un italiano non letterario ma editoriale, cui pare rassegnata la maggior parte dei narratori».

Allora che cosa possiamo farci se vengono premiati libri mediocri? Non ci sono altro che libri mediocri, sembrava lamentarsi due anni fa Lorenzo Tomasin. E in due anni le cose non sono certo cambiate.

Ma mancano gli autori coraggiosi, capaci, originali? O più probabilmente sono sommersi dalla marea di autori più sponsorizzati, dalla scrittura più scorrevole e dai temi più popolari? Le logiche commerciali stanno cancellando lo stile e i contenuti in nome della patina editoriale? Non è una novità. Ma il filtro di un editore, di un selezionatore o di una critica autorevole un tempo qualche titolo e autore li salvava; e li innalzava: e magari ne decretava anche il successo commerciale. Adesso? Esempi?

Chi ha in mente esempi di romanzi (italiani, meglio, ma anche no) del passato o del presente che abbiano avuto successo commerciale pur non essendo di scrittura semplice e scorrevole, o di contenuto popolare, o sostenuti da forte pubblicità e promozioni ma solo da una critica autorevole o dal passaparola commenti questo post. Vediamo cosa salta fuori.